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(Associazione Ferrovieri Pensionati e Amici del Treno)
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GRUPPO DI LAVORO 2018
A.F.e.P.A.T.
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Il 20 maggio è uscito il numero unico " IL Pensionato ". Nuovi articoli di cultura generale, letteratura, cinematografia e informatica. Come sempre un occhio particolare agli anziani, punto di riferimento della nostra rivista. Visibile alla pagina " Periodico online " .

Abbiamo attivato il nostro Blog nella pagina "Lette per Voi" dove i nostri responsabili di settore potranno raccontare le proprie esperienze e scambiare opinioni con Voi su quanto letto, in un clima di reciproca collaborazione, creatività e rispetto.


Modi di dire a Napoli
Si parla spesso della musicalità e bellezza della lingua napoletana che ancora oggi mantiene espressioni difficili da capire e tradurre, ricche di tanti significati e infinite sfumature dettate anche da diverse intonazioni vocali e contesti . Elenchiamo di seguito alcuni modi di dire napoletani.. . Detti e proverbi di una cultura che non tramonterà mai.



Aumma aumma: Quatto Quatto
L’urdema mattunella rò cesso: Colui che non conta niente
Gesù Cristo rà o ppane a chi nun tene e rient: La fortuna capita a chi non sa sfruttarla
A lavà a capa o ciuccio se perde l’acqua e o sapone: Parlare con gli ignoranti è solo una gran perdita di tempo
Fare casa ‘e puteca: Unico ambiente dove si vive e si lavora
Fà a fine re tracc: Fare tanto rumore per niente
Ià fernì a mare cu tutt e pann: Cadere in disgrazia
Fà a recotta: Oziare tutto il giorno e per lunghe ore
Addò sperdetteno a Gesù Cristo: Luogo difficile da raggiungere
O guappo e cartone: Colui che vuole a tutti i costi ostentare doti che in realtà non possiede
Rà è carte e musica mman ò barbiere e lanterne mman e cecat: Dare a qualcuno un oggetto che non sa utilizzare
Cù na man annanz e nata arret: Colui che resta deluso dalle situazioni
Perdere a Filippo e o panar: Essere indeciso tra due cose e perderle entrambe
Friere o pesce cu l’acqua e fà e nozz che fiche secche: Ottenere il massimo da ogni situazione
Vulè ò cocco ammunnato e bbuono:  Volere tutto bello e pronto
A copp Sant’Elmo vò piglià o purpo a mmare:  Aspirare a un’impresa impossibile come pescare un polipo da una collina
Acquaiò, l’acqua è fresca? : Fare una domanda dalla risposta scontata
Cuoncio cuoncio: Piano Piano
Pare a nave e Francischiello, A pupp cumbattevano e a prora nunn o ssapevano: Fare le cose senza un minimo di organizzazione
Nun sape tenè trè cicere mmocca: Colui che non riesce a mantemere un segreto
Jetta a pretella e nasconne a manella: Non assumersi le responsabilità delle azioni commesse
Pure e pullece teneno a tosse: Riferito a chi non è nessuno ma crede di essere un capo
O barbiere te fa bello, o vino te fa guappo, a femmena te fa fesso: Il Barbiere ti fa bello, il vino gradasso e la donna scemo
Parte imprescindibile della cultura e dell’immagine di Napoli e di tutto il sud Italia, la Tarantella è forse uno dei balli più conosciuti al mondo e allo stesso tempo, uno dei meno conosciuti dai napoletani e dai meridionali stessi.
Ma quali sono le sue origini?

Nella cultura italiana, la parola "tarantella" evoca immagini di una frenetica danza tradizionalmente ballati ai matrimoni. Tuttavia, questa popolare danza nativa dell'Italia meridionale ha una storia e un mito che attraversa diversi secoli.
La danza, originariamente una danza popolare italiana delle classi inferiori e medievali, è stata etichettata come danza per curare la malattia e come danza di corteggiamento. Nella versione di corteggiamento della danza, la donna utilizza rapidità e vivacità per stimolare l'amore del suo partner. A sua volta, l'uomo cerca di incantarla con la sua agilità, eleganza e dimostrazioni di tenerezza. La danza è un'unità e una separazione, che vede i ballerini che si battono fra loro per ricercarsi nuovamente.
La prima menzione storica della Tarantella è la danza di San Vito nel 1374. Non viene nuovamente citata fino al 1839, come titolo di un balletto, "La Tarentule", prodotto da Jean Coaralli. Nel 1844 Madame Michau introdusse la danza al pubblico.
Sono fornite tre possibili fonti d'origine per la danza. Il primo nasce con il morso del Tarantula, dell'Arania o del Ragno Apulciano, ragno presente nelle zone dell'Italia Meridionale in cui questa danza si diffuse. Il suo morso, molto doloroso a causa della densità del veleno, è tendenzialmente innocuo, causando reazioni simili a quelle di una puntura di vespa, più accentuati con l'aumentare delle dimensioni del morsicatore, quindi con la quantità di veleno inoculata. Lunga circa 2.5 centimetri, la tarantola non costruisce ragnatele ma cattura le sue prede inseguendole.
Il vero "colpevole" del fenomeno del tarantolismo è invece il Latrodectes tredecimguttatus, detta vedova nera del mediterraneo.
La seconda origine risiede nella storia religiosa della danza di San Vito, che comunemente si chiama lo scoppio della danza nel Medioevo. Il mito inizia con i giovani della Sassonia che danzano nel cortile di San Magnus. Quindici ragazzi e quattro ragazze ballavano e cantavano così forte che disturbavano il sacerdote. Angered, il prete pregò Dio e St. Magnus per fare ballare i giovani per un intero anno. Lo scoppio della danza è andato inspiegabile fino alla realizzazione che i ballerini erano stati morsi dal Tarantula Spider.
L'ultima possibile origine per la danza si dice sia nei villaggi di Toranto e di Tarantum. Le donne che lavoravano nei campi avrebbero usato balli frenetici quando venivano morsi da ragni per sudare il veleno attraverso i loro pori ed evitare che lo stesso potesse raggiungere organi vitali.
Il ballo della Tarantella non è limitato alla sola Italia. A Buzabatt, in Persia, c'è una danza di Tarantella simile a quella del Sud Italia. La Furlana o Fourlane trovata a Venezia è anche simile alla Tarantella, anche se è più irregolare e brusca e ha ballato principalmente tra i gondolieri. Anche il Saltarello a Roma e Venezia presenta qualche parvenza alla Tarantella.
I Leoni di Piazza dei Martiri
Piazza dei Martiri è situata nel cuore della città di Napoli ed è uno dei luoghi più suggestivi della città risalente alla seconda metà dell'ottocentocento, ai tempi di re Ferdinando II di Borbone. Un imponente monumento si erge al centro della piazza dal quale risaltano le figure di quattro leoni che sembrano sorvegliare l'antico piazzale.

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